Anno X -

 

 

T E R A P I A   D E L   D O L O R E



Q  U  A  N  D  O    I L   D  O  L  O  R  E    C A  M  B  I  A    L A   V I T A



S I    F A   A B B A S T A N Z A   I N   I T A L I A ?


(03.10.2013)


di  Maria Giovanna Iannizzi





„Secretum meum mihi est“ (Edith Stein).

Quante volte nel corso della nostra vita ci siamo soffermati a pensare al dolore, che per un qualsiasi motivo o situazione psico-fisica ognuno di noi ha fatto, fa o farà esperienza nella misura che ci è stata data.

Il dolore è davvero un mistero e non può mai essere soltanto una constatazione puramente speculativa o filosofica, ma è quasi una certezza ontologica. Ogni volta che abbiamo cercato di capirlo o anche accettarlo ci siamo ritrovati, forse, a dover rimettere in discussione persino le nostre certezze e i nostri principi etico-morali.

C’è sicuramente una relatività del dolore in base ai diversi significati che riveste, ma la modalità di percezione che avvertiamo acquista una consistenza soggettiva e può diventare sofferenza quando ci pervade completamente. Il dolore pervasivo è un’esperienza individuale, un sintomo che non si può evitare, a volte ingestibile e fastidioso.

Non è facile parlare del dolore perché nella nostra mente spesso appare come una minaccia, un avvertimento, una spia. Ognuno di noi lo vive in modo autonomo ed esclusivo perché la sua manifestazione, che può avvenire in tutti i tessuti del nostri corpo è autonoma ed esclusiva.

Spesso comunica una malattia incurabile o cronica, altre volte annuncia un disagio passeggero e lieve, reversibile in modo naturale. Di certo è sempre un segno di impotenza e finitezza dell’uomo, che continua a porsi interminabili domande.

Quando un nostro familiare o un caro amico soffre terribilmente, o anche noi stessi attraversiamo un periodo davvero duro, perché feriti nel corpo o nello spirito, qualsiasi conforto, a questo punto, può diventare a volte un dono. E il dono per eccellenza, forse, diventa il sollievo.

Sollievo fisico e morale, sollievo condiviso, confronto con un’alterità che sappia e voglia farsi carico di noi.

Edith Stein insegna ne Il problema dell’empatia, un approccio autentico e sano a chi si pone di fronte all’altro: riconoscerlo come persona. E per una persona che soffre, questo significa essere accettata anche attraverso la malattia.

Certo, la salute è il presupposto per fare molte cose buone nella vita, ma una vita ha senso e valore anche attraverso una malattia. I "sani" difficilmente riescono a capirlo. Non si pongono quasi mai il problema della sofferenza attraverso la malattia e spesso (non per cattiveria) cercano in tutti i modi di allontanarsi dalle persone che soffrono: diventano distaccati, indifferenti o peggio ancora, ipocriti. E l''ipocrisia più grande, a mio avviso è la falsa pietà.

Ogni malattia è una sfida: sfida per il malato, che si vede e si sente condizionato fisicamente e nelle relazioni interpersonali, sfida per i medici e per i familiari, che cercano in tutti i modi di alleviarne le sofferenze, sfida per gli amici, che spesso non sanno da dove cominciare o come continuare a condividere gioie e dolori.

Ogni malattia, soprattutto se è grave, è sempre un segno della morte. Ma, ecco il paradosso: l'uomo è più propenso a parlare della morte, ma non della malattia. Gioco del destino o bisogno di esorcizzare un esito non sperato? Di certo, in chi è malato nasce una ribellione, ma anche una ricerca di aiuto: essere accompagnato, non essere lasciato solo. Ciò che maggiormente uccide è proprio l'indifferenza. Il dolore cambia l'uomo perché gli fa toccare con le mani la solitudine che ha dentro. "Secretum meum mihi est". Per questo è importante non sentirsi mai da soli.

In ambito medico il trattamento terapeutico che aiuta ad accettare questo disagio si chiama algologia, o terapia del dolore. L’algologia ultimamente si sta diffondendo a macchia d’olio, anche perché è in crescita, purtroppo, il numero di pazienti affetti da gravi patologie o malattie croniche.

Dal 15 marzo 2010 ogni persona, indipendentemente dalla gravità della sua patologia ha diritto alla cura del dolore e la terapia analgesica è utilizzata spesso durante l’ultima fase di una malattia terminale o in ambito oncologico o neurologico. Le cure palliative non sono necessarie, ma sono utili e direi anche indispensabili per evitare, a volte, in casi davvero critici e disperati, l’accanimento terapeutico. Poter alleviare e confortare le persone che soffrono fa parte, credo, del dovere e del diritto di ogni uomo.

Gli hospice e i centri della terapia del dolore stanno facendo davvero molto per tutti i malati e per i loro familiari in sostegno medico, psicologico, spirituale e umano. Appoggiarli e promuovere con loro l'attenzione verso il malato è quanto mai importante, perché significa anche garantire e incrementare la sensibilità verso la qualità (e non solo la dignità) della vita.

 
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